Comune di Roletto

Arte e cultura

A cura di EMILIO BERTRAND

L’edificio di maggior rilievo storico e artistico è di sicuro la Chiesa della Natività della Vergine che si trova sulla piazza principlae del paese.

Chiesa della NativitàLa Chiesa a inizio ’900

Non si hanno notizie sulla data esatta della costruzione della chiesa. Lo storico can. Pietro Caffaro nella sua "Storia della chiesa pinerolese" cita la donazione di un podere sito in Rovoreto nel 1096. Nonostante ciò la chiesa si cita con sicurezza solo nel 1386 come Chiesa di S.Maria di Roreto. Molti storici delle nostre valli fanno però risalire la chiesa al 880 come piccola cappella nella quale si celebravano i vespri sotto i feudatari del vicino paese di Frossasco. Interessante anche la toponomastica del paese, Roletto deriverebbe appunto da una parola latina ed è più volte citato, in maniera per altro confusa come Rovoreto o Roreto che significano luogo delle querce. E’ anche probabile la soluzione data da alcuni studiosi che fanno risalire il nome a Rul, che nella lingua locale significa appunto quercia.

La Chiesa a inizio ’900Si sa di certo che nel 1565 essa era già una chiesa riconosciuta dal Vescovo e proprio dagli annali vescovadi risalgono i seguenti dati: nel 1565 il reddito annuo era di 60 scudi e le anime ammesse alla comunità erano circa duecento e tutte comunicate.

All’abside o coro che si trova dietro l’altare maggiore, vi si accede per due porte laterali; la volta a crociera è del tutto rivestita da affreschi che si pensano del XV secolo, quindi se secondo Caffaro la cappella già era presente nel 1096 allora gli affreschi ora visibili sono stati sovrapposti ad altri precedenti. Le pitture, ritoccate leggermente da mani ignote nel ’800, rappresentano episodi della storia della Beata Vergine, tra cui quello della sua nascita, fu presumibilmente per questo, o per un errore d’interpretazione che la chiesa divenne da S. Maria Assunta in Cielo (altra figura rappresentata, insieme alla beatificazione e all’annunciazione) a Natività di Maria Vergine.
L’affresco della nascita di Maria Vergine è molto curioso, un medico o più probabilmente S. Gioacchino, che dovrebbe stare dall’altra parte del letto, se ne esce invece ingenuamente ed impossibilmente dalla metà di questo per porgere dei dolci o una medicina a S. Anna; mentre in primo piano la nutrice si prende cura della neonata.
Al centro dei quattro scompartimenti vi è un motivo decorativo. La decorazione murale è imponente, sia per gli ornamenti che incorniciano e dividono gli scompartimenti sia per i soggetti rappresentati.

Questi affreschi, costituiscono uno dei rari dipinti in tardogotico Piemontese.
Nonostante gli studi non è chiaro l’autore, a causa della mancanza di un autografo, forse coperto nell’ottocento, i dipinti sono stati attribuiti a Giovanni Franzin, pittore che lavorava nel pinerolese e che ha dipinto gli affreschi del castello della Manta vicino Saluzzo.
La chiesa parrocchiale ha i seguenti altari: quello maggiore dedicato alla Natività di Maria Vergine, quello del Rosario (o della Madonna) dove viene custodita la statua dell’immacolata concessione portata in processione, incorniciata da una serie di dipinti raffiguranti le stazioni della via Crucis e quello di S. Antonio nel quale è raffigurato appunto il fraticello santo.
Si legge sempre sul Caffaro, opera citata, che nel 1847 nella parrocchia si comunicavano 216 persone su una popolazione di 950 anime.
Attorno alle pareti delle navate laterali, sono disposti i preziosissimi e bellissimi quadri della settecentesca via crucis dipinti con una tecnica molto simile a quella del Caravaggio dove la luce è interpretata come una forza irrompente ed improvvisa, recentemente restaurati.
Particolare è anche un quadro del 1500 del tutto restaurato dipinto con tempere a olio e posto nella navata di sinistra.

Foto dell’affresco della chiesaFoto della guida del telefono di Torino del 2000 che riporta in copertina l’affresco della chiesa

Tra il XIX ed il XX secolo sono avvenuti massicci interventi di restauro, nel 1886 fu riparato ad intonacato il campanile (presumibilmente anche innalzato, in quanto sulla parete della casa parrocchiale vi è una meridiana, la quale non riceve più la luce del sole perché coperta dal campanile, appare quindi logico che la torre campanaria fu innalzato in un secondo periodo. Nel 1892 fu rifatto il pavimento del presbiterio in graniglia a colori (bianco, nero, rosso) a forma di presunte stelle e nel 1896 fu ampliata la chiesa di mq 72 portando in avanti la facciata e costruendo la sacrestia nuova (quell’antica si trova in una piccola stanzetta in fronte al campanile).

Nel 1905 la chiesa fu arricchita da quattro pitture del pittore G.Cavallo: tre sono nel presbiterio e rappresentano: la nascita della Madonna, l’ultima cena e la crocifissione con apparenti rifacimenti al periodo romantico, la quarta è sul portale d’accesso e rappresenta il buon Pastore.

La chiesa fu anticamente patronato dei conti Montbel di Frossasco, (il loro stemma è riconoscibile negli affreschi sotto forma di un leone rampante nero su sfondo dorato diviso da una striscia rossa che va da sinistra a destra alzandosi.)
Ernesto Bertaea scriveva un secolo fa:"Vestigia di fregi ed ornamenti dipinti nelle mondature dei cotti ornamentali, si possono ammirare esteriormente in qualche tratto d’un cornicione a sud della chiesa, il fatto segnala l’accoppiamento della pittura colla plastica delle decorazioni murali di quell’epoca nelle nostre regioni" (esse sono tuttora riconoscibili). Fanno parte degli oggetti di culto anche il turibolo utilizzato per l’incensazione del Santissimo e per altre ricorrenze religiose, questo prezioso reperto è finemente elaborato, opera di un prestigioso ferramenta che lo realizzò nel secolo scorso in puro ottone, opera dello stesso artigiano, anche la navetta, cioè il contenitore dell’incenso, la croce, utilizzata nelle processioni e il "barachin" o più comunemente il secchiello dell’acqua benedetta. Attribuito impropriamente a quest’epoca ma risalente al 1945 è il candelabro, offerto alla chiesa dalle donne rolettesi in ringraziamento per gli uomini tornati dal fronte.
Reperto storico di gran importanza è anche l’antifonario ossia una raccolta di canti sacri e di commenti che apparteneva alla congregazione di frati di Cantalupa e poi arrivato in seguito a varie peripezia a Roletto che, dopo opera di restauro nel 1920 e dopo la perdita del latino come lingua ufficiale, ha un po’ perso il suo valore ed è stato spesso trascurato. Nella sacrestia spicca un bel dipinto murale sul soffitto raffigurante lo Spirito Santo sotto forma di colomba.
Il pulpito poi è finemente laborato e stuccato con rifiniture dorate, rappresenta i quattro evangelisti con rispettivi simboli, e domina la figura di Gesù.

Leggenda su Roletto

Premessa

Spuntano draghi, masche, animali fantastici, improbabili personaggi storici. Spuntano dalla fantasia popolare, dalla realtà, dal desiderio di governare sogni e drammi veri , dalla disperazione e dalla forza di dover far fronte alla realtà quotidiana, quella di un tempo, non ancora offuscata dalla frenesia moderna che genera ansie e paure ma non permette di risolverle o esorcizzarle, casomai solo di dimenticarsene.Il folklore piemontese costituisce un patrimonio di grande importanza, che rappresenta una parte fondamentale della cultura popolare italiana.I personaggi più noti come Catlina, il babau, le fate,i barabiciu, le masche, i citi fo ’d sant’Antoni, che via via si vanno perdendo nelle nostre società. Così, proprio per farvi rivivere quelle serate accanto al fuoco, più di cinquecento anni fa, sono lieto di presentarvi "Sui sentieri della leggenda".

Storia

Si narra di un tempo che fu, in cui un peregrino povero ma scaltro s’aggirasse nei dintorni di Pinerolo. Venuto a conoscenza del fatto che la figlia maggiore dei principi d’Acaja voleva prender marito e essendo lui particolarmente attratto da codesta ragazza, si recò al castello.
Qui fu ricevuto dal Principe Filippo II d’Acaja, l’anziano re che per anni aveva governato la cittadella di Pinerolo. Posta lui ferma intenzione di voler prendere la principessa Eleonora in sposa così si senti rispondere dal Principe con aria baldanzosa: "E così tu vorresti prendere in moglie mia figlia, ebbene seppure tu sei un semplice popolano, voglio darti una possibilità, giacché tutti i conti e i marchesi presentatisimi non seppero super l’ardita prova. Tu dovrai passare cinque notti in un paese qui vicino chiamato Roletto e dovrai rispondere alle domande che ti faranno gli esseri della notte, ma bada che se sbaglierai verrai ucciso, ora tocca a te".
Il giovane che giammai s’era tirato indietro a una sfida l’accolse di buon umore: "Sire accetto, tornerò a riprendere la mia sposa".
Passò così una felice giornata, ma ecco che non appena nel paese di Roletto calò la notte, venne a fargli visita il primo misterioso essere: il Babau.

Nella cultura folkloristica locale il babau è un essere misterioso atto a spaventare i bambini che si aggira nella notte per la collina. Basso, coperto di peli e sempre nel buio, il babau è senza dubbio la figura di cui meno ci si ricorda in questo periodo.

"E così tu saresti un marchese, un altro inetto"
"No, io sono un povero peregrino errante"
"E be’, non importa, tanto non risolverai mai il mio indovinello: Giammai sarà, giammai non fu, eppur è, chi sa dire cos’è?"

Al difficile indovinello il giovine rispose con tanta argutezza da meravigliare il babau stesso: "Ma è facile, è l’oggi!"
Sbalordita la malefica presenza se ne andò, aveva superato la prima prova, ma enigmi più duri lo aspettavano.
Calò la notte anche sul secondo giorno e alla sua presenza si mostrarono i barabiciu.
I barabiciu erano i folletti dei boschi, erano ritenuti colpevoli di ogni male, ci si allaccia alle tradizioni nordiche che chiamano questo personaggio con il nome noto di Troll, letteralmente demonio.

"Orsù dunque tu mi sai dire chi s’arrichisce per una perdita"
Questa volta egli stette a pensare al lungo e quando trovò risposta disse: "Messere certo che so cosa dire l’erede e colui che si va ad arricchire!!"

Anche questa volta egli se l’era cavata, ma fu preso da un certo timore quando il mantello nero ricoprì di nuovo la terra.
A presentarsi a lui, questa volta, furono i piccoli fuochi di Sant’Antonio nella tradizione citi fo’ ’d sant’Antoni.
Si narra che nel 1500 la popolazione del pinerolese fosse stata attaccata da questa malattia, secondo il vescovo l’unico modo per sconfiggerla era che la regina si inoltrasse nel bosco ove avrebbe nella mezzanotte conficcato un fuso, impresa facile se non che in quel bosco viveva un grosso lupo. La regina non si tirò indietro e con un fuso si inoltrò nel bosco, qui conficcò il fuso ma proprio mentre stava per tornare in dietro il lupo l’assalì ed ella lanciò il fuso per difendersi.
Il popolo era così liberato dalla malattia, ma essa s’aggirava sotto forma di piccoli fuochi per le valli.

Tornando al peregrino: "Mi sapete voi dire cos’è che termina bene e finisce male?" alla qual domanda egli si trovò spiazzato, ma verso le tre del mattino arrivo a una conclusione: "La lettera "e" termina bene e finisce male".

Giunto a meta dell’opera non volle tirarsi in dietro, alla notte le masche lo circondarono.

Le masche rappresentano per le nostre tradizioni l’esempio più vivido di quelle donne medievali arse vive perché streghe. La figura dellla strega che tanto attirava i bambini in tutto il mondò si evidenziò ai confini dell’Occitania, nelle nostre zone appunto; qui prese il nome di masca come la tradizione la vuol ricordare, maschera. La masca che occupa una enorme fetta della fantasia popolana ha tratti che la distinguono: essa è quasi sempre una figura femminile, opera di notte, si incontra con altre masche lontano dal centro abitato e essa stessa abita in periferia del paese. Può mutarsi in animale, sa volare, teme il sacro ed è una profonda conoscitrice delle tecniche terapeutiche naturali.
La masca a capo alle altre disse: "Giovincello, mi sai dire chi passa tutta la vita nel letto?" anche questa volta non fu facile per il giovine dar una risposta ma era sicuro e temerario, così scaltro rispose: "Non è un poltrone ma è lui che lì vive, di certo è il fiume con le sue rive".

Avendo indovinato anche quest’indovinello gliene rimaneva un solo: quello della misteriosa Catlina.

Nella retorica piemontese Catlina è la morte, una donna vestita con stracci neri che rapisce le persone portandole con sé, non è però quella figura cattiva è crudele ma è una bella e gentil donzella.

La giovine chiese: "Ad un incrocio vi sono due giullari, uno dice solo la verità, l’altro solo il falso, per salvarti devi dirigerti per la strada giusta, ma puoi far una sola domanda a ciascun di questi uomini". Questa volta si trovò in gran difficoltà, e pensa e ripensa non seppe proprio cosa rispondere, il tempo passava e il sole ormai tramontava, la fanciulla che si era innamorata di lui gli concesse un giorno intero a patto che se non avesse dato risposta entro mezza notte avrebbe dovuto sposarla e vivere con lei.
Tutto il giorno pensò e quando calò il buio aveva trovato la risposta adatta: "Madama, avrei chiesto al primo cosa mi avrebbe risposto il secondo così nel caso quello che mentiva m’avrebbe indicato la strada sbagliata, e l’altro che diceva il vero quella sbagliata anche lui e scegliendo l’altra strada mi sarei salvato". "Sei stato furbo, il tuo amore per quella ragazza è grande, va e sposala". Così fece torno al palazzo e sposò la principessa e vissero tutti felici e contenti.

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